Giappone mon amour. Una storia d’amore lunga 30 anni.

Amo il Giappone perché mi parla di armonia, ordine ed equilibrio. Anche quando attorno c’è il caos.

In principio fu Marrabbio. I suo capelli neri, il fazzoletto in testa, le ciotole di riso e il mangiare con le bacchette. Mangiava con le bacchette persino la minestra e mi sembrava decisamente più affascinante di uno con i capelli gialli e il ciuffo rosso che faceva impazzire le ragazzine.

Poi un lungo silenzio, fino al 1991 e l’ arrivo di Kitchen. Fu colpo di fulmine. Tanto che ancora oggi resiste nella mia top ten dei miei libri preferiti, nonostante a stento ricordi il motivo razionale di questa decisione irremovibile. Dopo di lui arrivarono Sonno profondo, Tsugumi e tanti altri. Tantissimi. Quasi tutta la bibliografia di Banana Yoshimoto mi ha accompagnata per molti anni, con il suo ritmo morbido e la capacità di affrontare i grandi temi tristi della vita con la delicatezza di un fiore di ciliegio.

E poi un nuovo colpo di fulmine nel 1996, il mio primo anno sabbatico a Londra (con molto poco shabbat dal momento che studiavo inglese e servivo piatti di formaggio manchego e tazze di caffè a gogo, sette giorni su sette). Guardavo i finti maki di cera esposti nelle vetrine dei ristoranti di Chinatown e una forma irrazionale di rispetto quasi reverenziale mi impediva di entrare e provarli.

Tornai a Trieste con pochi souvenir, un planner della Filofax (quanto è vero che alcune passioni sono eterne e viscerali,) un paio di Clark’s e una lattina contenente una bevanda sconosciuta. Non l’ho mai aperta, ma l’ho tenuto in camera fino a trent’anni.  Aveva un etichetta scritta in giapponese, un design iperminimal e l’avevo comprata a Soho, in un negozietto quasi sconosciuto con l’insegna Muji.

Per altri due anni nessuna traccia d’amore, fino a quando l’unico spagnolo biondo che avessi mai conosciuto mi conquistò con la frase “domani ti porto a mangiare giapponese”, detta di corsa mentre lui finiva il suo turno alla reception del Gaucho Grill di Hampstead e io cominciavo il mio. Sognavo un ristorante giapponese vero dai tempi di Kiss me Licia. Lo spagnolo biondo diventò di diritto un fidanzato storico, mi fece dimenticare le pene d’amore per lo spagnolo moro, mi portò a vivere a Barcellona e mi fece conoscere tutti i ristoranti giapponesi della città.

Ho visto Tokyo con la neve, per tre giorni soltanto. In uno dei miei periodi più confusi e tristi, in cui quaranta ore di volo valevano due giorni di riunione e tempo per nient’altro.

 

Infatti la neve era lì per regalarmi un momento di respiro, e ricordarmi la mia voglia di pace, il bisogno di fermarmi, il desiderio di ascoltarmi.

C’è stata una gonna di Yamamoto nel frattempo, mille cene giapponesi e tanti libri. E un’ incursione casuale nel primo Uniqlo di New York aperto da poco, da cui sono uscita con pezzi basici ed essenziali che amo ancora oggi.

Poi finalmente è arrivato lui, ed è stata passione pura. Murakami mi faceva l’occhiolino senza neanche conoscermi, e mi diceva, Hei! ami così tanto Orwell ma io sono meglio lo sai? Così, con 19Q4, il mio primo romanzo onirico, i suoi mondi paralleli e la luna verde, l’amore è diventato eterno. E con Nel Segno della pecora, Kafka sulla spiaggia e Norvegian wood ho giurato al Paese del Sol Levante fedeltà eterna.

Oggi il mio Giappone è fatto di Muji  e i suoi quaderni sparsi in ogni angolo della casa, le magliette a righe bianche e grigie e i contenitori unbranded che mi permettono di tenere in ordine ogni oggetto.

È il giardino zen, la mia idea di equilibrio e bellezza della vita.

È una parola nuova, Ikigai, tutta da scoprire.

Ed è simbolo di ordine, rispetto e armonia. In casa, nella vita e nell’ armadio. Proprio come Marie Kondo e il libro grazie al quale ho imparato a riconoscere le poche cose che mi servono per stare bene.

Di fatto, nonostante Kitchen sia uno dei miei libri del cuore, non è più con me. In uno dei miei ultimi garage sales l’ho dato via, ho pensato che avrebbe fatto felice qualcun altro e che io potevo far andare le cose del mio passato per liberare spazio per nuove avventure.

Del fare spazio e fare ordine ne parlo così tanto nei miei percorsi che presto diventerà un corso a se stante.  Ne parlerò presto in una delle prossime news letter, a cui puoi iscriverti qui.

(Nel frattempo io vado in Giappone a vedere i ciliegi in fiore, che per la loro delicatezza e la brevità della loro esistenza sono per i giapponesi il simbolo della bellezza e caducità della vita. Era sulla mia bucket list già da un po’ e da dicembre fa capolino dalla mia vision board per il 2018, ma ultimamente il desiderio stava diventando bruciante. Altrimenti che storia d’amore sarebbe?)

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