Maschile, femminile o neutro?

Era dicembre del 1998, più di 20 anni fa. Lavoravo alla reception del Gaucho Grill Hampstead di Londra. Turno serale, in zona due, a un’ora e quaranta di strada da dove vivevo, visto che quando la metro chiudeva dovevo prendere l’autobus notturno.

Avevo 22 anni, i capelli molto corti e una valigia Samsonite lilla di misura media che conteneva qualche libro e pochi vestiti che mi dovevano servire per i tre mesi più freddi della stagione (a pensarci bene ero minimal già quella volta).

Lo spagnolo biondo con cui lavoravo e che stava per tornarsene a casa per Natale era riuscito a strapparmi un invito a cena dopo settimane di proposte insistenti. Per la prima volta in vita mia non avrei passato il Natale a casa ed ero molto triste per questo. Ometterò il racconto di quella cena. Fatto sta, che a un certo, punto mi sono trovata a leggere.

Il libro si intitolava Beatriz y los cuerpos celestes, aveva la copertina argentata con sopra una donna bionda che bacia un entità stellare ed era vincitore del premio Nadal 1998. In italiano è Beatriz e i corpi celesti.

Leggevo e non riuscivo a smettere. La musica di un mini disc (ebbe così poco successo il minidisc che secondo me non sai neanche cos’è) mi suonava nelle orecchie ed ero sola in una casa che non conoscevo. Lessi per ore. Si trattava di un romanzo spagnolo in lingua originale sul complicato momento di passaggio tra adolescenza e l’età adulta. Ero solo al secondo anno di lingua spagnola e non capivo tutte le parole, ma il discorso era chiaro. Nel caso di Beatriz, la protagonista, crescere non significava soltanto diventare grandi ma anche e soprattutto diventare donna. 

Nel suo mondo infatti, il sesso di una persona condizionava ancora molto le sue scelte e limitava le sue possibilità; essere donna era un’aggravante e implicava dover sottostare a un insieme di regole precise molto rigide che Beatriz adolescente, infatuata della sua migliore amica, non riusciva a capire e quindi a condividere.

Quello che le mancava erano dei modelli femminili di riferimento in cui potersi riconoscere e di conseguenza accettarsi per quello che era.

Con le sue stranezze, i suoi desideri e la sua personale visione del mondo.

Volevo leggere. Volevo finire quel libro a tutti costi. E lo volevo per me. Non lo ebbi in quel momento purtroppo, lo spagnolo biondo infatti non riuscì a trovare una copia in tutta Londra, ma prima di partire me ne regalò un altro della stessa autrice. Si chiamava Amor curiosidad prozac y dudas, tradotto in italiano da Guanda in Amore, prozac e altre curiosità.

Fu amore profondo per Lucía Etxebarría, la sua storia e molti dei suoi libri. E la costante necessità di capire di più. Sulle donne, i loro ruoli, la società in cui vivevo. Era quello il mondo in cui volevo stare? Riuscii ad incontrarla Lucía Etxebarría e le feci una lunga intervista durante un pranzo a Valencia a cui ero stata invitata dall’entourage della sua casa editrice, ma ero così emozionata che non le feci mai questa domanda.

Il 25 febbraio 2002 questi due libri mi regalarono una laurea con lode e conseguente entrata ufficiale del mondo degli adulti. E un padre che quasi cadeva dalla sedia a sentirmi discutere la mia tesi.

Sì, perché mentre le mie più care amiche scrivevano di bilanci, trattati internazionali e commedie teatrali elisabettiane io parlavo di amori lesbici, della Generazione X e di una ribelle scrittrice femmina della Spagna contemporanea.

Nell’ultimo anno avevo passato le notti a spremere le meningi sui suoi libri senza uno straccio di testo a supporto, mentre scrivevo e-mail ai primi sconosciutissumi dipartimenti di Gender Studies negli Stati Uniti, bevevo caffè a manetta, fumavo come una turca telefonando allo spagnolo biondo e scrivendo lunghe riflessioni appassionate su messenger con lo spagnolo moro. Dovevo capire di più. 

Seppi che ci ero riuscita quando fui capace di rispondere a tono a una commissione d’esame che mi faceva domande scomode su Lilith, la prima donna di Adamo esclusa dalla Bibbia per non aver accettato di essere sottomessa al compagno e prontamente sostituita con la più nota Eva tentata dal serpente che tutti conosciamo. E quando consegnai 144 pagine partorite, con fatica e sudore, da nient’altro che l’analisi di quattro testi e un po’ di fiducia in me stessa.

[Al contrario di Eva che fu cacciata, Lilith aveva deciso di andarsene volontariamente dal paradiso lasciando Adamo a rifarsi una vita. Te lo racconta bene FREEDA in questo post.]

Sono passati quasi 20 anni da quel giorno, 16 per l’esattezza. Non ho mai smesso di indagare “storie di donne che vivono grandi conflitti, divise tra desiderio di compiere le loro scelte in modo autonomo e personale e i sensi di colpa che provano per non essere riuscita a impersonare il ruolo che la loro educazione o la società hanno proposto loro come l’unico giusto possibile” (cit. Eva Futura. I personaggi femminili in Amor curiosidad Prozac y dudas y Beatriz y los cuerpos celestes, di Lucia Etxebarria). Ne ho esempi vicinissimi e quotidiani. 

Cosa ho fatto nel frattempo? Ci ho provato. Mi sono comportata secondo i modelli che volevo esistessero. Creandoli dove non c’erano. Smantellando credenze non utili, una ad una. Leggendo. Studiando. Inseguendo donne che potevano insegnarmi qualcosa, aiutando quelle che potevano crescere.  Sbagliando e ricominciando, ogni volta, per trovare la mia strada.

Perché ti racconto tutto questo? Perché se è vero che la mia storia è femmina al 100%, e sarò sempre grata per questo, è anche vero che mi sono stufata di pensare al femminile come a un limite da superare. So che manca ancora tanto. Che non ci siamo ancora. Ma io voglio guardare avanti. Tra maschile e femminile, io oggi, scelgo neutro.

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    • Cara Streghetta, grazie! I primi due libri sono molto belli, così come La Eva futura, che ha dato il titolo alla mia tesi. Te li consiglio, consapevole che sono passati vent’anni :). Mi farebbe molto piacere sapere la tua opinione quando li leggi. Ci conto!